C’ERA UNA DONNA A BAHIA

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di Angelo De Luca

In un paesino della provincia di Vibo Valentia c’è un’eccellenza illegale chiamata – dagli “esperti” in materia – “Settembrina di Comparni”. E’ una pianta con le foglie a cinque punte e i fiori rossicci, introvabile sui grandi mercati della droga leggera, ma a detta degli estimatori una delizia per gusto e mente. Certo, nessuno ha intenzione di sponsorizzare in qualche maniera la coltivazione, lo spaccio, la detenzione e l’uso della marjiuana, visto che in Italia è considerato illegale, ma è importante porre l’attenzione su di una questione spinosa e affascinante allo stesso tempo. Un pò perchè la Calabria si conferma l’unica realtà in Italia ad avere un tipo di pianta da “sballo” che cresce in maniera naturale outdoor e un pò perchè sarebbe da ipocriti chiudere gli occhi e non vedere quanta gente consuma droghe di ogni genere. Quindi è giusto parlarne, scriverne e raccontare aneddoti.

In queste ultime settimane, in concomitanza con l’inizio del raccolto della celebre erba rossa, le cronache scrivono a cadenza giornaliera di sequestri delle forze dell’ordine ai danni di coltivatori e spacciatori di droga. Non ultimo è stato quello avvenuto a Dinami, in provincia di Vibo Valentia. Ventimila piante di canapa scovate dalla Polizia di Stato in un terreno demaniale, a testimonianza di quanto la marjiuana sia oggetto di interesse per i calabresi. Forse per merito del suo entroterra morfologicamente inospitale, la Calabria pare sia una terra perfetta per la coltivazione. Lontana da occhi indiscreti, con temperature calde di giorno e fredde di sera, l’erba rossa è un vero e proprio simbolo per gli estimatori della cosiddetta sativa.

Più o meno pare funzioni così: tra aprile e settembre i contadini seppelliscono le radici nelle fosse e sopra fanno scorrere sangue di bue, ricco d’azoto, per concimare la pianta di canapa indiana e tenere lontana l’umidità spinta dalle fiumare, che alternano periodi di siccità a scariche tumultuose. Quando i semi piantati crescono di 5 o 6 centimetri vengono trapiantati nelle buche, su un terreno in precedenza fertilizzato. Una buca ospita tra i due e i tre arbusti. Uno soltanto, il più forte, sopravvivrà a scapito degli altri.
E si arriva alla raccolta. Si tagliano le cime e si mette ad essiccare l’arbusto. Si tolgono le foglie e si frantumano. Alla decima settimana le piante sono appese a fili di ferro, mantenute nell’ombra, per spurgare l’umidità, ridurla al 10 per cento. Si entra così in una fase delicata, al limite dell’errore. Un errore nell’essiccazione, infatti, può mandare al macero la coltivazione e in fumo i guadagni. Una pianta può rendere 400-500 euro. E una piantagione può contare almeno 80 arbusti: più o meno 40 mila euro di possibili ricavi. Gli ulteriori processi, con lo sminuzzamento delle foglie, generano guadagni a dismisura: la marijuana vale tra i 9 e i 10 euro al grammo ma si può salire fino a 12 euro. Ossia 1200 euro euro al chilogrammo.
C’è un rituale da seguire, perchè la marjiuana, nonostante il basso costo di produzione, è un figlio da crescere e accudire secondo delle fasi precise.

Non stupirà che durante i sequestri e gli arresti delle persone coinvolte le età dei coltivatori sono sempre sopra i 50 anni, a volte con mogli e figli compresi. Questo aspetto è da tenere in considerazione: sia per il lavoro da manuali e da, appunto, esperti contadini, sia per il rischio corso grazie ai relativi ricavi.

Certo c’è di mezzo la ‘ndrangheta, che non punta solo alla cocaina del Sud America, ma sorveglia da lontano questo fiorente business. Il tutto grazie alle confidenze dei forestali, pagati con soldi pubblici.

In un articolo di qualche tempo fa nell’inserto “Il club della lettura” del “Corriere della Sera”, due reporter hanno seguito le tracce dei Carabinieri del Goc, un nucleo specializzato di stanza a Vibo Valentia, e hanno tessuto le fila del complesso intreccio.

“Come annotato dai carabinieri, verso le nove, le dieci del mattino, con lentezza vacanziera i forestali salgono sull’Aspromonte. Intorno a mezzogiorno si ritrovano nei caselli, per la pausa, non di rado accompagnati da scatoloni di birra, salumi, formaggi e chili di carne per lo spiedo. Mangiano e riposano. Sono casi e comportamenti che non riguardano l’intera categoria, vero. E vero anche che più di un’inchiesta ha sgomberato i sentieri dal marcio e dai lavativi. Eppure è capitato che vi fossero squadre di forestali composte interamente da pregiudicati, picciotti se non capi clan. Del resto uno che affonda gli scarponi nell’Aspromonte — addosso ha la divisa d’ordinanza di colore verde degli operai — è “Ciccio boutique”, al secolo Francesco Strangio. Percepisce regolarmente un salario. La Regione glielo girava anche durante la latitanza. “Ciccio boutique” comanda la cosca degli Strangio-Jancu”.

Insomma, la Calabria si conferma una regione fortemente agricola dove non si produce solo cipolla. Vi è un forte interesse, attestato sin dal 1800, nella coltivazione della marijuana. Una piccola Afghanistan nel cuore dell’Europa sempre più ghiotta di vizi e golosità, che si ubriaca di noia e sachè sotto una vecchia sequoia…

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