MA QUANT’E’ BRUTTA LA TELEVISIONE CALABRESE?

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di Angelo De Luca

Erano gli anni ’90 quando al sabato pomeriggio il telecomando cambiava automaticamente sul canale 11. Ancora era lontano il principio fisso del digitale terrestre, ma la tv c’era lo stesso, con programmi decisamente migliori di oggi. Sul canale 11, ad esempio, la maggior parte degli spettatori calabresi aveva sintonizzato “Telespazio Calabria”. C’era un tizio che andava in giro a fare scherzi ai calabresi. Ed era bravissimo. Meglio delle americanate in onda su Canale 5, qui la realtà delle reazioni delle vittime si vedeva sul serio. Si chiamava “Candid Camera show” ed era condotto da Lino Polimeni. Certamente un format copiato, ma originale nel suo essere così tremendamente trash e geniale allo stesso tempo. Ottimi i travestimenti e le trame narrative di Polimeni, così come ottima l’interpretazione teatrale dei vari personaggi inventati. Risate a non finire. Per non parlare poi di Pino Gigliotti, un eclettico autore e conduttore cosentino. Già negli anni ’80, su reti profondamente locali quasi da “io, mammata e tu”, andava in onda un programma che ancora oggi è un piacere guardarlo: “Permette signora”. Tra l’altro, il grande zio Pino non ha cambiato manco una virgola del format che poi, almeno in Calabria, è stato stracopiato da chiunque con pessimi risultati, soprattutto in termini di simpatia. La formula è questa: lui gira per i paesi con una busta e un microfono in mano, intervistando la gente del luogo. Luoghi non certo come il quartiere Prati di Roma o Cordusio a Milano, ma comunità calabresi brulicanti di gente vera, autentica, pittoresca. Nella busta ci sono dei regali, altra trovata geniale di zio Pino, che altri non sono che un gentile omaggio all’intervistato e una simpatica réclame al finanziatore di turno. Una cosa semplicissima, se uno ci pensa.

E la televisione calabrese di oggi invece cosa produce? Ma soprattutto, cosa inventa?

A ben guardare dai palinsesti delle 8 emittenti locali presenti sui primi 20 canali del bouquet del digitale terrestre niente di buono. Anzi, di bello. Addirittura parrebbero più simpatiche le televendite dei napoletani che tentano di propinare incredibili corredi damascati e finti tappeti persiani e che vengono trasmesse la mattina da quasi tutti i canali. Certo, la crisi autoriale che sta attraversando lo spettacolo in Italia è senza precedenti, con le maggiori reti del Paese che arrancano dietro le produzioni americane di fiction, reality show e ricostruzioni varie. Ma da sempre la fucina delle idee è proprio nelle produzioni di stampo localistico, grazie anche ai low-budget, dunque anche ai pochi stress da successo, che diversamente da quanto si possa pensare riescono a generare vere e proprie novità.

Il format che oggi va per la maggiore in Calabria è senza dubbio quello dello sponsor. Ovviamente lo sponsor non è un format, ma a queste latitudini fa la voce grossa perché chi dovrebbe inventare un programma preferisce stare seduto davanti ad imprenditore che paga, mantenendo in vita il programma stesso, per 10 minuti di pubblicità, anziché lavorare sodo e tentare di fare una discreta televisione.

Sagre di ogni genere e tipo, specie se presidiate da sindaci e politici amici o amici degli amici, improbabili fiere “della qualunque” con standing-ovation all’illuminato “self made man” che – dicono – porta alto il nome della sua terra nel mondo, finti programmi politici che hanno come ospiti secondari i conduttori, sempre pronti – per par condicio – ad usare tappeti rossi, foss’anche il consigliere comunale di minoranza di “x” paese, e come ospiti principali i politici, veri padroni di casa, concorsi di bellezza in stile Miss Italia con ragazze – povere loro – con culi e fianchi più grossi di Platinette.
Fortunatamente qualcuno li boccia. Almeno leggendo i dati auditel aggiornati al 31 agosto è questa la sensazione. L’emittente più seguita è Video Calabria con un ascolto medio mensile di 61.829 contatti, cioè quasi 2000 utenti al giorno. Quella meno seguita è, nonostante la rivoluzione ad oggi persa dal suo rampante editore Domenico Maduli, LaC con un ascolto medio mensile di 35,583 contatti, cioè quasi 1150 utenti al giorno. Nel mezzo tutti gli altri, da Telespazio a Ten, da Esperia a Rtc e Canale 16. Non so se sono chiare le cifre: si parla di niente, di nulla.

L’analisi non può non essere critica nei confronti di editori, autori (?) e giornalisti. Sono loro in realtà che hanno in mano il potere e la forza intellettuale per dare un contributo migliore alla cultura e all’informazione calabrese. Soldi e crisi non sono una risposta, ma un alibi per mascherare la penuria di idee o peggio ancora per dire che un altro tipo di intrattenimento è impossibile in Calabria. Qualora i bontemponi e pseudo-magnati del piccolo schermo calabrese non lo avessero capito, il loro principale dramma umano è quello di piegarsi costantemente a questo e a quello per non morire, con l’amaro risultato di stare morendo davvero. Lo spettatore medio, telegiornali a parte, non può certamente dare un minimo di credito alle trasmissioni calabresi e né tantomeno potrebbe esserne influenzato in alcun modo. Del resto, come potrebbe essere colpito dall’intervista a personaggi che chiaramente vengono chiamati ad esporre le proprie idee solo per darsi due arie e magari per tentare un improbabile successo? Come può lo spettatore medio calabrese sedersi e guardare un programma che è l’esatta copia, con mezzi tecnici e professionali di scarsa qualità per giunta, di programma nazionali stile “Buona domenica” o “Servizio Pubblico” o “La prova del cuoco”? Dove sta l’interesse generale per la registrazione della fiera, dell’intervista piatta e moscia al signor nessuno, dell’approfondimento giornalistico di parte, dello sconosciutissimo festival della sposa e del ridicolo talent per bambini, dove 2 partecipanti su 40 sono vagamente accettabili?

Con in bocca il solito slogan di “arte, fede e tradizioni” queste tv non hanno fatto altro che ridicolizzarle, impregnandole di sigle e siglette, etichette e marchette. Più narcisismi vari a contorno. Il tutto mentre la Calabria è potenzialmente una terra ricca di storie vere da raccontare, di fatti importanti da approfondire e di inchieste serie da sviluppare. A costo quasi zero.

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