VE LA DO IO LA POESIA

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(Quello che tutti pensano e non dicono)

di Daniel Cundari*

Analizzando negli anni il disastro politico che ha svigorito la Calabria ma soprattutto i suoi abitanti, sembra che gli amministratori, nei fervidi e slavati ricordi di un discorso di Eric J. Hobsbawm, abbiano obbedito di nascosto al disegno di rovinare o eliminare le persone lasciando incolumi gli edifici.
Chi ha avuto la fortuna di fendere l’anima più segreta di una terra difficile ma incantevole, spogliandosi laddove il pregiudizio a volte è coercizione, silenzio, distacco, ha potuto toccare con mano l’incapacità e persino l’indifferenza forzata di coloro i quali dovrebbero semplificare, per vocazione e incarico, la complessità degli interessi individuali.
Al contrario di tutto e di tutti, come chi sguazza nel fango per sgranchire le proprie membra, il politico calabro, non è lupo libero nella smisurata selva pollineoaspromonsilana bensì acaro da poltrona, trasformista Ikea, legno svedese e non pino loricato. È lo stesso di ogni tempo e luogo che promette e poi inganna, condannando senza scrupolo persino i propri figli.

Da una trincea dimenticata, lo storico Pasquino Crupi mostrava a dito l’anomalia selvaggia presente in gran parte della migliore letteratura del Sud, forse anche per questo motivo i poteri caliginosi di chi trafuga nelle nostre tasche alla luce del sole continuano a temere la penna quanto la cartuccia. Ma si sa, spesso non divoriamo i libri noi lettori, figuriamoci simili amministratori che l’ateniese Efialte avrebbe spedito a dissodare con le mani i solchi del paesaggio lunare che si staglia tra Castrovillari e Purçilli.

A molti, chiedemmo di custodire le lezioni di Alvaro, Strati, De Angelis e La Cava con più passione e sincerità. Girìno nel fiume in piena.

I politici hanno calpestato la nostra esistenza sciupandola nella filosofia della raccomandazione e dei modi di dire, ai quali ancora adesso si stringono pecore che scansano le lupe per latrare il loro belo contro una caterva di lepri. Eccoli dietro l’angolo con la bava alla bocca. Eccoli ripresentarsi sulla scena del crimine dopo aver commesso misfatti d’ogni tipo: scelte sbagliate, noncuranza, estorsioni, reati.
La colpa è anche nostra. Siamo noi che, votandoli o astenendoci, bruciamo i nostri boschi con propellente per poi fare i vigili del fuoco dell’ultimo minuto. Siamo noi che annaspiamo nel caos di giorni sempre uguali e infecondi alla ricerca del nulla che dovrà salvarci.
Nella febbre di rottamare e reclutare ciò che è già stato demolito e congedato dalla dignità, il mercato elettorale (eccezion fatta per alcuni articoli nuovi e à la page che dovrebbero farsi un giro nell’abbattitore), non offre prodotti freschi e innovativi.

È triste ascoltare e ancor di più leggere dichiarazioni medioevali di sindaci, consiglieri, onorevoli, già deputati, assessori, segretari; promulgazioni da pelo canino che suggeriscono un’alternativa preistorica, legata a provincialismi, tenerezze da letto, graffi strategici. Questi dichiarano senza dichiarare, aggrappandosi a una tecnica spregevole e inquietante che è quella di schivare la realtà concreta delle cose.

Una strada da percorrere ci sarebbe: noi cittadini dovremmo escogitare soluzioni diverse sotto il profilo culturale e sociale, attraverso l’organizzazione massiva di proposte artistiche che vadano a colpire dal basso l’aspetto economico delle comunità. Secondo un calcolo ineluttabile, così come negli atteggiamenti umani, anche in quelli finanziari chi finge o raggira sarà soggetto alla sanzione di essere messo da parte negli scambi futuri.

Nel frattempo, siamo abituati ad osservare la danza ostinata dei diplomatici brettii o magnogreci (ahimè di ribelle e coraggioso mantengono ben poco) che non sono mai satolli e ingollano con cupidigia i sogni di tutti. La nostra esperienza ci ha insegnato ben poco. Dovremmo capire che certe conquiste, determinate lotte, si rivelano più adatte al perseguimento dei desideri delle nuove generazioni.
Lungimiranza. È in gioco il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, mentre lasciamo tutto nelle mani di incapaci e cinici amministratori. La cultura. Solo la cultura, se punta allo sviluppo dei rapporti umani e se accolta da una certa massa critica di persone, viene tramandata e utilizzata anche dal resto della cittadinanza. Ne conosciamo di giovani, vecchi, donne, uomini, finanche bambini stanchi delle nenie perenni di chi governa senza alzare un dito.

Arrendetevi! Ah, Uh, Ih, Oh! Eh..!

L’unica speranza, se non l’abbiamo ancora afferrato, siamo stati, saremmo, siamo e saremo sempre Noi.
Però viviamo nel paese degli ominicchi, ruffiani, quaquaraquà.
E, a questo punto, servono soltanto uomini.
*Daniel Cundari (Rogliano, 1983) scrive in dialetto calabrese, italiano e spagnolo. Ha studiato Lettere Moderne e Relazioni Internazionali a Siena e in Spagna.
Orgogliosamente amico nostro!
   dc

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