‘NDUJA REPUBLIC

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di Emanuele Marzano

“Calafricani”, “Calabria Saudita” o più semplicemente terroni. Questi sono gli epiteti più comuni che gli eredi della scuola Pitagorica si sentono rivolti. Simpatici aggettivi che in fondo rimarcano la situazione di sottosviluppo in cui versa la nostra regione. Condizione entrata ormai nel mito, dall’Italia Unita al ventunesimo secolo, percepita come immanente e irreparabile.

Ma quanto di tutto ciò corrisponde a verità e quanto, invece, è leggenda.

Innanzitutto occorre chiarire i termini: cosa vuol dire Terzo Mondo? Nel linguaggio comune si distingue tra “Primo mondo”, il quale comprende i Paesi ad economia avanzata e, appunto, “Terzo mondo”, ovvero quelle nazioni che vivono ben al di sotto della povertà. Tra questi due blocchi si trova il “Secondo mondo”, dissoltosi con la caduta del muro di Berlino e appartenenti ai Paesi ad economia cosiddetta pianificata. Tutto molto lineare. In realtà non è così, in quanto le varie organizzazioni internazionali che si occupano di cooperazione allo sviluppo adottano criteri diversi per la classificazione degli stati. La Banca Mondiale utilizza la eleggibilità a prestito, il Fondo Monetario Internazionale il livello di indebitamento nei confronti di Paesi Terzi, le Nazioni Unite l’Indice di sviluppo umano. Ai fini di questa analisi verrà preso come riferimento il metodo utilizzato dall’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, la quale considera vari indicatori macroeconomici per stilare la sua classifica.

E se la regione Calabria venisse considerata come una sorta di stato autonomo, con la dogana sul Pollino e il Reverendissimo Governatore come Presidente della Repubblica o se preferite monarca assoluto, a quali di questi mondi apparterrebbe?
PRODOTTO INTERNO LORDO PRO CAPITE Esso rappresenta, come è facile intuire, il PIL di uno stato, In questo caso la Repubblica di Calabria, diviso per la popolazione residente. Una sorta di quota ideale di ciascuno nell’economia nazionale, ma che ben rappresenta il livello di ricchezza media dei cittadini. La Calabria risulta avere un PIL PRO CAPITE pari a 14.383 € (dato Istat 2012) classificandosi purtroppo ultima regione d’Italia, in una classifica che impietosamente segue la collocazione geografica delle regioni, con quelle al di sotto del parallelo romano agli ultimi quattro posti. Inoltre esso ha subito una contrazione nel quinquennio 2007-2012, arco di medio periodo, di circa il 10%. Siamo mediamente un decimo più poveri e nessuno ci ha detto niente. Se il dato viene comparato a livello europeo risulta nettamente al di sotto della media dei 28 paesi europei (circa 26.000 euro) ci troveremmo quindi a gareggiare per la maglia nera con Bulgaria e Romania. Nella classifica generale degli stati per PIL PRO CAPITE, stilata dal Fondo Monetario Internazionale, ci troveremmo intorno alla 60 posizione, nonostante il cambio favorevole con il dollaro americano. Preceduti tra i tanti da: Malesia, Gabon e Timor Est, non proprio baluardi di sviluppo.

INDICATORI DEMOGRAFICI I paesi sottosviluppati hanno notoriamente una crescita demografica molto alta. In questo ambito la Calabria si dimostra un Paese avanzato a tutti gli effetti. Il nuovi nati sono poco più di otto ogni mille abitanti (0,83%) indicatore in costante decrescita dal 2009. Superiore è il tasso mortalità che ha raggiunto lo 0,97%. Il saldo tra nuovi nati e trapassati (cd. crescita naturale) è dunque negativo, che si riduce dello 0.14%. Ciò è dovuto in parte ad una popolazione con una rilevante presenza di persone anziane: la popolazione oltre i 65 anni rappresenta un quinto del totale (20,2%) al di sopra della fascia d’età 0-14 anni, il 13,8% della popolazione. Il restante 66% si distribuisce lungo l’ampia fascia 15-65 anni, cd. età lavoratrice. L’aspettativa di vita è 85 anni per le donne e 79 per gli uomini in linea con i valori nazionali. L’età media si attesta a 43,3 anni, leggermente al di sotto del dato nazionale (44 anni) Valori che nel complesso dimostrano un relativo benessere, dato dalla lunga aspettativa di vita e da una rilevante quota di popolazione anziana, cifre molto al di sopra di quelli del terzo mondo. Quindi un paese molto avanzato almeno dal punto di vista demografico.

ISTRUZIONE Altro fondamentale indice di sviluppo è il livello di istruzione dei cittadini. A quanto emerge (Istat 2014) i pitagorici si sono purtroppo lasciati andare. Il 24 % della popolazione (circa 400mila persone) risulta essere in possesso di un diploma di scuola elementare o addirittura senza alcun titolo di studio. Quindi quasi un quarto della popolazione ha un livello di alfabetizzazione pari al minimo o al di sotto di esso. La statistica si aggrava ulteriormente se si sommano coloro i quali possiedono un diploma di scuola media (31,25%). I primi più i secondi rappresentano il 55,37 % dei residenti, quindi coloro che hanno un livello di istruzione basso, circa 940mila persone, sovrastano di dieci punti percentuali coloro che hanno un buon livello di istruzione (compresi qualifica professionale, diploma di maturità, laurea e post-laurea) che si fermano al 44,62 %. Coloro che hanno conseguito una laurea, e oltre, costituiscono soltanto l’11,29%. Per inciso la grande potenza teutonica, la Germania, progetta di arrivare entro il 2020 a tre quinti di laureati sul totale. Volendo ulteriormente distinguere la popolazione maschile da quella femminile, si nota stranamente come le donne prevalgano nella fascia con titolo di studio più basso, scuola elementare o nessun titolo, e nella fascia più alta, laureate e oltre. Tale sperequazione deriva presumibilmente dal diverso contesto sociale, culturale e familiare con il quale esse vengono a contatto Va comunque notato che i dati possono essere influenzati dalla quota rilevante di anziani, che hanno ricevuto formazione in tempi e in condizioni diversi. Resta comunque il fatto che avere una popolazione che per oltre la metà è ignorante, in senso buono, non è da paese civile. Quasi 940mila cittadini non riescono con il loro livello di alfabetizzazione, a far fronte alle esigenze di vita quotidiana in autonomia. Figurarsi poi l’esercizio dei diritti e dei doveri costituzionalmente garantiti, fra i quali rientra tra l’altro rientra il diritto all’istruzione ex art 33 cost.

OCCUPAZIONE E POVERTÀ Che in Calabria manchi il lavoro non è un mistero, condizione che spinge e a volte obbliga, giovani e meno giovani ad emigrare verso terre più fertili. Il tasso di persone occupate in fascia d’età 20-64 anni risulta essere 42,3% ben al di sotto della media italiana (59,8%) che a sua volta fatica a tenere il passo del nord Europa, ad esempio Germania e Svezia superano il 75%. Per converso la Calabria ha il primato, non invidiabile, per il tasso di disoccupazione rispetto alle regioni italiane. Valore pari al 22,2% quasi il doppio del dato nazionale che si ferma al 12,2% (anno 2013). Se fosse uno stato autonomo si classificherebbe terza nella classifica europea, dietro soltanto a Grecia e Spagna che superano il 25% con una condizione peggiore rispetto a paesi come Cipro, Slovacchia e Bulgaria. Inoltre oltre la metà dei disoccupati (64,8% peggio solo la Campania) risulta essere in questa condizione da più anno, intervallo che indica dal punto di vista statistico la disoccupazione di lunga durata. Altro primato, del quale faremmo volentieri a meno, è quello per il tasso di disoccupazione giovanile (età 15-24 anni) che sempre nel 2013 segnava un 56,1%. Quindi più della metà dei giovani calabresi non ha lavoro. Nel contesto europeo è seconda, superando la Spagna e andando ad insidiare il primato della Grecia, al di sopra di soli due punti percentuali. Altro indicatore interessante è l’incidenza della povertà relativa. Una famiglia viene definita povera in termini relativi se la sua spesa per consumi è pari o al di sotto della linea di povertà relativa, che viene calcolata sui dati dell’indagine sui consumi delle famiglie. Ogni cento famiglie calabresi trentadue sono relativamente povere, peggio soltanto la Sicilia, in una classifica che ripercorre da sud, a nord le regioni del bel paese.
Il quadro delineato dagli indicatori è desolante, redditi già bassi che decrescono, bassa istruzione se non analfabetismo, povertà, disoccupazione. Nonostante ciò però tecnicamente la Calabria non può essere considerata un paese del terzo mondo, in quanto i valori massimi delle varie organizzazioni internazionali sono molto bassi e la regione è dignitosamente al di sopra. Un paese sviluppato quindi ma con un grado di sviluppo molto basso che ha inoltre subito negli ultimi anni una contrazione, diversamente ad altre realtà della periferia europea che hanno beneficiato dell’integrazione comunitaria, facendo accelerare vorticosamente i tassi di sviluppo. Gli sforzi matematici rischiano quindi di essere stati vani perché la situazione rispecchia quella che la realtà geografica. Il criterio geografico è un altro modo per valutare lo sviluppo, una linea che impietosamente divide tra nord e sud del mondo. Fortunatamente essa passa al di sotto del mediterraneo salvando la Calabria. Ma tale linea non è fissa, è come una cerniera, che può scendere verso il basso, includendo altri Stati tra i paesi ricchi, o salire portando nuove zone nel sud del mondo. Attualmente la Calabria si trova al confine, sia di fatto che nei numeri, toccherà a chi detiene il potere di far muovere la cerniera nel verso giusto.

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