SUL TRENO DEL SOLE DEL 1966

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di Tommaso “Masi” Prostamo

Ventisette settembre millenovecentosessantasei. Era il giorno di San Cosma e Damiano, ricordo. Quella mattina, dalla stazione di Vibo marina, io partii. Il famoso “Treno del Sole” coi sedili di legno e diretto a Torino Porta Nuova stava portando via anche me.

biglietto treno del sole Di legno era anche la mia dimora: due lettini e un comò per i miei indumenti,  mentre un altro era già addobbato: c’era su anche una trapunta, ma non ne  vedevo l’utilità. A Briatico ancora non mi coprivo nemmeno col lenzuolo,  figurarsi con la trapunta di flanella. In questa baracchetta, sopra la porta,  c’era una finestrella dalla quale entrava la luce. Luce e anche freddo perché  non c’erano i vetri. Ma me ne resi conto successivamente. Mi feci dare  un’altra trapunta. E’ stata la cugina Maria ad ospitarmi un giorno.
Scoprii che il clima a Torino non era come al mio paese. Cinquecento lire al  dì, vitto e alloggio. Il mangiare era gustosissimo. Gustosissimo e nuovo. Non  ne avevo mai mangiato : agnolotti alla piemontese, tortellini con panna,  bagna cauda e altro. Mi piaceva molto la bagna cauda.

La sveglia era alle tre,  ed ero subito a lavoro. Mi coricavo vestito sia perché sentivo freddo nello  spogliarmi e vestirmi e sia per non alzarmi prima di quell’ora e dormire  magari un po’ di più. Il mio compito era quello di aiutante nell’impastare il  pane e poi mettere nel forno, così mi scaldavo pure. Poi spazzavo per terra,  recuperavo la farina e raccoglievo la cacca di un grosso cane che mi faceva  paura. Aveva la cuccia nel cortile, proprio vicino la mia capanna. Quando il pane era cotto, si metteva nei cestoni e lo distribuivo alle rivendite sparse per la città e la collina torinese. I cestoni si caricavano davanti al manubrio di una bici che frenava pedalando all’indietro. Che mi trovassi in collina, oppure in pianura e avvolte con strade ghiacciate, ogni tanto i freni si rompevano.

Era fine settembre del ’66 a Briatico. Nel cantiere edile di “Cocca Nuova” recuperavo i chiodi che cadevano per terra e li mettevo in un sacchetto vuoto di cemento. Uno di questi si conficcò in un piede e dovetti andare a casa per curare la ferita. Ero ragazzo, non riuscivo a stare senza far niente. Il mattino dopo, zoppicante, mi recai al vicino “Farcò”, raccolsi un pò di olive. Ritornato a casa, entrando e notai subito una valigia nuova nuova. Di cartone. Ad aprirmi fu mio padre: “E’ per te”, mi disse. E aggiunse: “La cugina Maria di Torino ti ha trovato un lavoro: farai il panettiere”.

famiglia Prostamo Masi3

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